L’avaria dell’armadillo

Mi spiace perché ci speravo molto, ma La profezia dell’armadillo non è un film riuscito. Ha un sacco di roba dentro, forse troppa, ma raramente le varie parti riescono a trovare il giusto equilibrio.
In primo piano ci sono un amore adolescenziale non dichiarato e il faticoso ingresso nell’età adulta del protagonista, ma c’è molto altro. Battute divertenti, l’impegno politico, la mamma, i giovani, Roma, la malinconia, un pupazzo grottesco e due sequenze animate. Tutti ingredienti che entrano in contatto senza mai amalgamarsi bene, come un minestrone con i dosaggi sbagliati.

È vero, nel fumetto di Zerocalcare dal quale è stato tratto il film ci sono ancora più elementi, ma in quel caso tutto fila liscio. Forse perché sono cose che stanno nella testa e nel cuore dell’autore, oppure perché sono state sviluppate senza limitazioni di spazio, tempo e budget. Nella versione cinematografica, invece, si poteva probabilmente fare a meno del tutto dell’armadillo, e alla fine anche delle animazioni. Sembra che siano servite solo per contestualizzare il film nel mondo del fumetto.

Di contro, così com’è venuto, il film rientra di diritto fra quelli bizzarri e inclassificabili, quasi uno “stracult” di Marco Giusti, a cui infatti è piaciuto. Si potrebbe anche dire che il temerario Valerio Aprea, intrappolato nell’esoscheletro gommoso e rappezzato dell’armadillo, ha salvato tutti dalla mediocrità. Senza di lui, sarebbe stato materiale buono solo per una fiction di RaiUno. Quelle girate senza troppe idee, con gli attori in difficoltà e un fastidioso retrogusto di patetico. La migliore interpretazione è quella di Adriano Panatta nel cameo di se stesso, ma anche il figlio d’arte Pietro Castellitto se l’è cavata bene. Riesce difficile immaginare un Secco migliore del suo.

Secondo i dati forniti da Box Office Mojo, il film ha incassato poco più di 145.000€ (in 177 sale) nel primo weekend di programmazione, classificandosi come il decimo più visto. Un discreto risultato, benché già nel secondo weekend il titolo sia quasi sparito dai cinema della mia zona (Prato-Firenze). Può darsi che i fan di Zerocalcare siano rimasti delusi, e infatti neppure io ho ritrovato quello che mi era piaciuto nel fumetto. Del resto lo stesso Zerocalcare, che aveva partecipato alla stesura della sceneggiatura scritta a otto mani, sembra voler prendere le distanze dal risultato finale.

Non so se altri produttori italiani avranno voglia di investire ancora nei fumetti, però gli spettatori che non ne avessero mai letto uno, dubito che saranno invogliati a farlo dopo la visione dell’Armadillo. L’unica cosa che possiamo augurare al film diretto da Emanuele Scaringi è di diventare, col tempo, un vero “psychotronic movie”: mi sembra che ne abbia tutte le stravaganti caratteristiche.

Alessio