Conversazione sulla satira – parte 4

Concludiamo la conversazione iniziata mercoledì scorso pubblicando le risposte all’ultima domanda che abbiamo rivolto a 5 disegnatori in seguito alle controversie causate dalla decisione del New York Times di interrompere la pubblicazione di vignette satiriche.
Qui, qui e qui gli articoli precedenti.

Ringraziamo Domenico Martino per la vignetta che ha realizzato appositamente per questa occasione.

Domanda:
La decisione del NY Times certifica in qualche modo l’appartenenza del ‘format vignetta’ a un’epoca passata?

Gianni Allegra:
“La vignetta godeva e gode di maggior fortuna nel formato cartaceo. E la crisi editoriale certo non aiuta. Credo che la democrazia selvaggia su internet stia dando il colpo di grazia ad un genere in crisi di spazio e di vendite. Non certo per una crisi di idee e di creatività. La felice eccezione del settimanale maledetto Charlie Hebdo è la dimostrazione che non tutto è perduto. Credo, viceversa, che si stia perdendo tra editori e giornalisti la preparazione per far spazio ad ansie e preoccupazioni.”

Lido Contemori:
“La vignetta è da sempre l’espressione tipica della satira disegnata e grazie al suo potere di sintesi crea il cortocircuito dell’ironia: lo scopo di colpire in alto, cioè di castigare ridendo i potenti o i costumi di una società è raggiunto con pochi tratti e battute. È una forma espressiva sempreverde, duratura nei secoli e non sparirà, anzi proprio nella rete dilagherà sempre più grazie alla sua forma breve e immediata, accessibile a tutti. Nella carta stampata, invece, sopravvivrà con fatica ma non per sue colpe di vecchiaia, bensì perché coinvolta nell’irreversibile tendenza a diminuire delle pagine di giornali e riviste. È una decadenza che ha origine nella crisi economica dell’ultimo decennio (meno pubblicità, meno risorse, meno pagine, meno collaboratori e vignettisti) e nel Big Bang di internet dove tutti trovano tutto e senza pagare, la satira si legge direttamente gratis nei social, nei blog, nei siti. La censura, come nel caso del NYT, aggiunge poi altre mazzate alla satira di carta. Ma la censura, nemica storica dell’ironia, ha sempre fatto il suo mestiere oscurantista in tanti modi diversi oltre a quello di chiudere le pagine alla satira.
Ricordo un paio di casi che ho vissuto direttamente. Nel 1981 la rivista satirica ‘Ca Balà’ chiude dopo il sequestro per ‘vilipendio alla religione di Stato’ imposto giudizialmente dopo una denuncia di un’associazione cattolica integralista. Dieci anni dopo, nel 1991, l’allora Presidente della Repubblica Cossiga denuncia il disegnatore (il sottoscritto) e il direttore (il complice Alessandro Schwed, alias Jiga Melik) del mensile scherzerellone ‘Mondo B’ per ‘vilipendio al Capo dello Stato’, una norma fascista del Codice Rocco funzionale a Mussolini ma sopravvissuta nel nostro ordinamento. Reato penale, da 4 mesi a 4 anni di galera. Fortunatamente il giudice inquirente era occupato in ben altro (stragi di Stato, terrorismi vari ecc.) così mise il fascicolo nel cassetto dove ci restò per molti anni e dopo la morte di Cossiga la cosa finì lì. Comunque, per concludere, tornando alla satira oggi suonano appropriate le parole del buon Mao Tse-tung: ‘Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente’.”

Domenico Martino:
“Di certo certifica che ancora tantissimi fanno confusione tra antisemitismo e antisionismo, e che i giganti della comunicazione sono sempre più inclini ad assecondare il pubblico piuttosto che prendersi le responsabilità dei contenuti ed educare quindi il pubblico a forme diverse di espressione. Un caso emblematico è l’affaire Apu dei Simpson, che a mio avviso i produttori dello show hanno gestito malissimo. Un atteggiamento, come dicevo nella prima risposta, che rispecchia poco coraggio e che toglie al medium il ruolo di responsabilità e di educazione anche verso temi controversi che il medium dovrebbe avere. Abbiamo ancora bisogno di satira, e le denunce che ancora arrivano a vari autori satirici, anche in Italia, sono il segno che qualche potente ci si sente ancora punzecchiato.”

Marilena Nardi:
“No, non lo credo. Penso invece che il NYT abbia inanellato una serie di errori madornali, frutto delle tensioni a cui sono sottoposti in questi tempi. Il disegno editoriale ha una storia ben più lunga e radicata del quotidiano newyorchese. Non si conclude certo qui.”

Pierz:
“La vignetta è uno strumento di satira e in un mondo dove tutto è immagine, la vignetta può benissimo sguazzare ed evolvere magari diventando animata. Io ho iniziato a mettere peni che cantano ‘lollipop lollipop oooh lolli lolli pop!’ nelle mie vignette sul femminismo, per esempio. Ora vado a condividerli sulla pagina del NY Times, vai.”

La nostra conversazione è conclusa. Crediamo che siano emersi numerosi spunti di discussione, quindi invitiamo tutti quelli che ci hanno seguito, se vogliono, a lasciare il loro contributo. L’argomento è molto vasto e sarebbe bello svilupparlo insieme. Grazie in anticipo a tutti quelli che vorranno intervenire.

La Redazione