L’Uomo che sorrideva alle meraviglie

Da ieri la forma corporea di Stan Lee non risiede più in questo piano della realtà: probabilmente ha già preso il suo posto di demiurgo cosmico accanto all’Osservatore, Eternità, il Tribunale Vivente e gli altri Dei spaziali che ha contribuito a creare.
In realtà l’esatto ruolo che ha rivestito nell’ideazione di Spider-Man, Avengers, X-Men e moltissimi altri personaggi può darsi che non sarà mai chiarito del tutto, però possiamo senz’altro attribuire a Stan, Jack Kirby e Steve Ditko una paternità congiunta.

Forse Stan Lee è stato soprattutto un grande caporedattore dalle intuizioni formidabili, o forse ha dato il meglio di sé come scrittore solo in un paio di cicli narrativi: Amazing Spider-Man con John Romita Sr. e Silver Surfer con John Buscema. Di sicuro è stato un grandissimo comunicatore, che ha saputo creare un legame indissolubile fra il suo nome e la Marvel. È stato così bravo da diventare lui stesso l’icona più rappresentativa e riconoscibile della Casa delle Idee, anche più di Spider-Man.
Amava autodefinirsi il “sorridente”, e in effetti ha lasciato di sé un’immagine molto positiva e ottimista, quella del gioviale self-made man americano. Nulla a che spartire con l’inquietante misantropia di Ditko e la burbera dedizione al lavoro di Kirby. Tutti gli appassionati di comics dovrebbero ricordare lo spartano tavolo da disegno del Re, mentre se dobbiamo pensare a Stan lo associamo a qualcosa di molto diverso. Io lo immagino con gli occhialoni da sole in qualche posa da attore, magari a fianco di celebrità o belle ragazze da paginone centrale. Forse è stato anche per queste sue peculiarità che è sempre riuscito a spuntare buoni contratti con i diversi proprietari che si sono succeduti alla Marvel, chissà.

Fra ieri e oggi sono stati pubblicati tantissimi post da gente che l’ha conosciuto, addetti ai lavori e semplici appassionati. Alcuni hanno affermato che sono stati addirittura salvati da Stan, e anche se può sembrare un po’ eccessivo, io non faccio fatica a crederlo. Nei suoi fumetti migliori, infatti, gli ingredienti più importanti erano il senso di giustizia, l’accettazione delle diversità e la scoperta dei potenziali nascosti. Non è affatto difficile capire perché in tanti abbiano ritrovato delle connessioni molto profonde con quelle storie.

Io non ho storie personali di salvezza da raccontare, anche se l’unica volta in cui incontrai Stan non me la passavo benissimo. Era il 1993, durante l’edizione primaverile di Lucca Comics. Ho un ricordo abbastanza confuso di quel pomeriggio, perché il me stesso ventunenne era sopraffatto dall’emozione. Riuscii comunque a fargli firmare un volume di Silver Surfer e forse anche a stringergli la mano. Fu una parentesi bella in un periodo difficile, e del resto è questo che Stan, Jack e tutti gli altri hanno sempre fatto per me: non mi hanno salvato la vita, ma la hanno resa più strana e divertente.
Grazie di tutti i sogni, Uomo.

Alessio Bilotta